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Testi critici

Depositi di storie

Lavorare con il legno significa riconoscere come primo artefice il Tempo, che plasma la materia viva e lascia permanente traccia nelle venature, nella spinta interna ai nodi, nelle spaccature multiformi.

L’uomo si imbatte in queste “sculture viventi” e se ne appropria per costruire lo scheletro delle case, utensili, oggetti. Ne modifica l’identità per ricondurle a una forma geometrica maneggevole, le ammutolisce con una patina sintetica di colore. Così come non è permesso all’albero dimenticare, il legno assorbe anche la storia dell’uomo e il suo piacere nel fare.

I “Depositi di storie” di Luca Rendina nascono dal disvelamento di queste tacite avventure parallele. L’artista assembla i frammenti di legno perché compongano una immagine tattile della realtà interiore. Se ne serve per rappresentare la memoria, infinito casellario mobile e continuamente espanso. I ricordi hanno tutti colore e sapore diverso, emergono dall’oscurità e si impongono allo spettatore su piani di visione sempre diversi.

Con i “Depositi di storie” Luca Rendina riconosce la storia del legno, la accosta a quella dell’uomo e costruisce la sua. Un processo infinito, fissato temporaneamente in microcosmi poetici e musicali. È evidente che in questo caso scolpire non è più l’atto di ricavare un forma da un volume, ma al contrario quello di costruire una struttura attraverso il vuoto. Questo procedimento permette di creare delle pause, dei momenti di riflessione tra le pieghe del discorso poetico. In queste pause lo spettatore può aggiungere i suoi ricordi, completare la biografia dell’anima o riconoscere quella dell’artista. Per questo motivo i “Depositi di storie” sono da considerarsi frammenti di un racconto incompiuto, al quale ognuno è chiamato a dare voce.

Valeria Vaccari