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Testi critici

Dieci anni… in poche frasi

Bellezza e poesia sono dappertutto, anche nell’oggetto più ordinario, anche nell’oggetto più povero e comune. Il concetto è stato, in arte, da tempo accettato. Al pari dell’altro, che ne è in qualche modo il corollario, per cui non esistono materiali più nobili o meno nobili. È l’artista a dare all’oggetto dignità, al materiale nobiltà. Affermazione utilissima, ha detto una volta Marcel Duchamp, grazie alla quale, a suo parere, è stata tolta la responsabilità estetica ai direttori di museo per restituirla, finalmente, agli artisti.

Più osservo il gruppo delle opere alle quali Luca Rendina ha dato il titolo Dieci anni…In poche frasi, più mi convinco che questi due concetti, benché presenti e operanti all’interno del suo procedimento creativo, siano una chiave interpretativa solo parziale e, in fondo, una scappatoia. Più osservo queste opere e più ho l’impressione, che qualsiasi materiale, qualsiasi oggetto non abbiano per Luca una propria, intima, indiscutibile vocazione espressiva. Non ce l’abbiano “a priori”. Perché il processo si realizzi, perché si produca una manifestazione visibile di senso occorre che intervenga un altro elemento. Questo elemento è il tempo, i cui segni, che tutti quanti più o meno ci studiamo di nascondere, egli invece, nei suoi lavori, scrupolosamente, tenacemente esibisce. Si racconta che un artista francese realizzò un giorno una serie di opere e le diede a un gallerista. Costui le mise, provvisoriamente, nella cantina della propria galleria, e così accadde che alcuni topi ne divorarono qualche piccola parte. Quando l’artista se ne accorse, pare che si fosse limitato ad aggiungere accanto alla propria firma la scritta: “in collaborazione con i topi”. Per le opere di Luca Rendina occorrerebbe forse aggiungere accanto alla sua firma: “in collaborazione con il tempo”.

E mi riferisco al tempo non in quella accezione ottusamente malinconica e ormai a corto di fiato, a cui hanno dato il nome di “poetica della memoria”, ma al tempo che, con paziente lavoro, trasforma i materiali, il legno e il metallo nel nostro caso, modificandone giorno dopo giorno, impercettibilmente ma inequivocabilmente, la struttura. Al tempo che compie sugli oggetti, si tratti di un tagliere o di quel che rimane di una cassetta di frutta, la propria azione incessante. Non per affrancarli, o peggio, redimerli dalle loro precedenti finalità, tutte umane e quindi tutte necessarie (in caso contrario saremmo qui a parlare della più fiacca e della più meccanica operazione di riciclaggio) ma per accumulare, per stratificare su di essi ulteriori significati. Non in opposizione a ciò che è umano e necessario, ma perché essi diventino più profondamente umani, più profondamente necessari.

L’idea di mobilità, di instancabile trasformazione, di cui il tempo è l’espressione stessa, è inevitabile che abbia finito per suscitare, in Luca Rendina, per reazione, un desiderio di stabilità. Come spiegare altrimenti il fatto che nel realizzare le sue opere egli abbia rigorosamente obbedito a un principio di ordine simmetrico, abbia collocato i suoi pezzi, i suoi frammenti, in minuzioso equilibrio, di colore e di forma, e secondo scansioni meticolosamente ordinate? Come spiegare altrimenti il fatto che abbia rinchiuso le tessere eterogenee delle sue composizioni dentro una rigida, squadrata struttura? Felicissima compensazione, del resto, a giudicare dal risultato. Al pari di quell’altra compensazione in cui Luca ha cercato, trovandola, una forma di bilanciamento tra silenzio e suono. Il silenzio è quello rappresentato dalle linee semplici, diritte, dalle geometrie nette di questi suoi lavori. E il suono? E’ il caso di ricordare che, secondo le parole di Osip Mandel’stam, il tempo non solo ha un suono ma, addirittura, e in questo genere di cose l’impressione di un poeta è sempre la più attendibile, “fa rumore”?

Edgardo Franzosini