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Testi critici

La memoria come atto creativo…

Dall’Alzaia del Naviglio Grande agli spazi alpini della Valtellina, per “essere nelle cose senza celebrarle”.

Immerse nello spazio rarefatto e vuoto, custodito dalla luce, una luce vivida che si difende aggrappandosi al bianco candore delle pareti, si presentano una alla volta, come tanti particolari, le opere di Luca Rendina. Luca Rendina vive e lavora sull’Alzaia del Naviglio Grande, in un’area di margini urbani scossa da profondi mutamenti, nei pressi dell’antica chiesa romanica di San Cristoforo che accoglieva, col gran santo traghettatore oggi appena visibile sulla facciata consunta, il viandante che s’avvicinava a Milano, per vie di terra o d’acqua.”Alzaia” è anche il titolo dell’ultima serie di opere di Rendina, evocativo dei temi consueti dell’artista milanese, la memoria e il viaggio, l’incontro, la dialettica misteriosa tra casualità e ordine. E proprio a trame d’ordine, sembra alludere quest’ultima serie di opere, dove il legno ritrovato, non cessando di evocare i moti divaganti del relitto, pare ordinarli nella pausa di un sostare, come incagliato contro sponde limacciose. Ma seguiamo questo cammino creativo nelle parole dello stesso artista.

LR: Dopo aver studiato all’Istituto d’Arte di Monza, ho iniziato a lavorare negli studi degli artisti. Ho aperto giovanissimo un mio studio di ceramica e terracotta. Da questi materiali sono passato a pietra, legno e ferro, recuperando in maniera unica sopratutto il legno. La mia scelta, anche in passato, è stata quella di rivolgermi a materiali stanchi, vissuti, con una storia da raccontare. Materiali che hanno vissuto a contatto con altri elementi, con persone e con ambienti. Sono ormai 25 anni che lavoro sull’idea che il materiale abbia dentro di sé tante cose che il mio intervento può chiamare a una nuova vita ed espressione. Solo recentemente ho inserito materiale nuovo in contrasto con quello usato. Mi interessa il materiale naturale, anche quello che trovavo spiaggiato dal mare, che magari aveva su di sé tracce di vernice o altre sostanze.Anche se le mie forme sono abbastanza geometrizzanti, mi interessa il concetto che l’opera deve essere visibile sì, ma non invasiva, un po’ come una margherita in un prato, che è un bel fiore, ma puoi anche non vederlo. Ho sempre in mente quest’idea, che l’opera devi un po’ cercarla nell’ambiente dove è collocata, non deve venirti addosso come un monumento ai caduti in una piazza, il mio è un intervento molto minimale anche in questo.

PF: Questo rende particolarmente importante il contesto in cui viene presentato un lavoro.

LR: L’ambiente influisce come sempre su di un’opera. Un lavoro non è mai finito fin che non è in un luogo. Deve uscire dal tuo studio, deve animarsi di cose e persone intorno. La collocazione è importantissima, anche se io credo di fare un lavoro che può essere inserito in ambienti già occupati, perché quest’idea di un inserimento a bassa voce permette di accostarsi, di essere accolto, senza il bisogno di tante cose attorno.

PF: Oltre alla tua attività di scultore, sei anche ideatore e organizzatore di due importanti manifestazioni di Land Art che si svolgono a Livigno: Art in Ice – Sculture di neve, e Pietrarte, cui se ne aggiungerà quest’anno una terza Fienarte, sculture di fieno.Il tuo lavoro artistico presenta in effetti notevoli vicinanze con la Land Art.

LR: Io amo molto la Land Art. Credo che l’opera d’arte non sia mai definitiva, ma aperta e soggetta all’effetto del tempo, dell’usura della manipolazione che avviene naturalmente. Sono vicino alla Land Art perché credo che l’opera non debba occupare molto spazio. Ho un po’ il terrore di accaparrarmi uno spazio in maniera definitiva. Nella mia opera, utilizzando materiale già esistente, mi avvicino a questo concetto di precarietà che è anche della Land Art.Il mio lavoro è in equilibrio nella precarietà, come mostra il tema delle “barchette”, che costituisce anche una delle fasi del mio lavoro. Sono barche, zattere, che navigano su fiumi come nella vita. Sono un po’ casa, lavoro, libro, riposo. Sono precarie, navigano, ma non sono definitive, un po’ come la mia idea della vita. Nella vita io non direi mai sì in modo definitivo.Questo elemento di precarietà si colloca molto vicino alla poetica della Land Art.

LR: Nelle opere di Pietrarte, in effetti, è proprio quando l’intervento suscita dei campi di forza interni all’ambiente più che all’opera stessa, o meglio, quando l’opera diviene tramite per l’evocazione di energie spazio-temporali già latenti nella scena naturale, che l’intervento è più riuscito. E il consumarsi dell’opera, il suo abbandono, la sua corruzione, sono parte di un processo creativo iniziato con un’idea soggettiva dell’artista, ma che poi prosegue e si evolve al di fuori del suo controllo.

PF: Mi piace molto l’idea che possa intervenire il tempo, come pure mi affascina l’intervento sulla mia opera della presenza di un’altra persona, di chi, per esempio, ha comprato una mia opera e la tiene a casa sua. Quando mi capita di vedere una mia opera in casa di un’altra persona, credo di vederla modificata e questo mi piace molto perché la sento in qualche misura compiuta.

PF: Ci sono artisti che puoi indicare come tuoi riferimenti particolarmente importanti?

LR: Mi piace molto guardare quello che fanno gli altri artisti, dagli antichi ai moderni ai contemporanei. La mia attività di organizzatore di eventi artistici mi offre la possibilità di entrare in contatto con molti artisti contemporanei che stimo. Sicuramente Brancusi è un modello molto importante per me perché mi ha insegnato a guardare le cose. Richard Long è un altro artista che mi ha fatto capire che si può lavorare con pochi elementi, sottrarre le cose. Ho amato molto anche artisti lontani dal mio modo di lavorare, i miei riferimenti sono molto differenziati. Marino Marini e un altro artista che ho amato molto. Io devo molto anche alla pittura. Una delle cose che vorrei che capisse chi guarda il mio lavoro è che io mi avvicino alla scultura come un pittore si avvicina al quadro, mi interessa molto l’immediatezza che è propria del fare pittorico piuttosto che i tempi lunghi di un materiale come il marmo. In altre parole mi piace molto questa urgenza che trovo nella pittura. Urgenza nel compimento dell’opera, pur nella sua indefinitezza. Io non ho bisogno tanto di uno studio dove lavorare, penso piuttosto che il mio studio è già dentro di me. Lavoro con il materiale che trovo, che mi viene incontro, nel quale, per così dire, inciampo, e dal quale mi lascio influenzare.

PF: Ci sono delle fasi nel tuo percorso artistico che puoi definire momenti di passaggio o di svolta, sia per quanto riguarda l’aspetto concettuale sia per quanto riguarda la scelta dei materiali?

LR: Ho sempre lavorato su di un soggetto per volta. Nel mio percorso artistico ci sono pochissimi titoli. Uno dei temi che mi ha sempre affascinato è quello delle sentinelle, queste presenze non figurative, sviluppate in verticale, verso il cielo, a rappresentare una cura, un soccorso, una tutela della persona. Presenze rassicuranti come di faro, guida, aiuto. E’ un tema che ho elaborato tanto, sia con il ferro che con il legno, e anche combinando i due materiali. Poi c’è stato il periodo in cui ho lavorato sul tema del deposito di storie, vale a dire materiali trovati in vecchie officine, tornerie, materiale che riportavo in luce, all’aperto, facendolo così diventare patrimonio di ognuno di noi. In questo modo questo deposito di storie diventava una storia nuova, attingendo alla memoria, intesa non tanto come ricordo, ma come un fatto creativo, un’esperienza che porti alla ribalta. Il lavoro degli ultimi 4 o 5 anni è stato dedicato a quelle che io chiamo lebarchette, alla sottile e leggera navigazione, non necessariamente sull’acqua. Ho lavorato quasi sempre con legno, nuovo, vecchio o usato. Posso riassumere il mio lavoro in questi cicli, io non riesco a passare da un tema all’altro, ogni tema devo sviscerarlo perché porta con sé un discorso di ricerca interiore. Cumuli di storia, pezzi di bancali sotto macchinari, oppure spiaggiati dal mare, queste sono le barchette dove c’è una certa essenzialità, è un lavoro che mi affascina molto. La barchetta ha per me un grande significato dal punto di vista dell’andare per il mondo, del relazionarsi con i vari momenti della vita di una persona. Poi tendo a mettere nell’opera sempre un punto di vista mio, della mia storia, mi sento molto legato alla mia storia, alla vicinanza con quello che sento e che vivo.”

Paolo Ferrari