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Testi critici

Zimmer Frei – Equilibri in/stabili

“..l’opera spesso resta aperta; può essere portata avanti dall’esperienza, dalla vita, dall’esistenza degli altri nel tempo: ma una tavola chiude tutto, una volta per tutte e per sempre; è un palinsesto sempre, su cui gli è dato di aggiungere, di ulteriormente motivare, di commentare, di continuare il discorso, fino a verificarlo, fino a negarlo..” Giuseppe Mazzariol

Una tavola, quel foglio di carta che raccoglie con tanta indulgenza e delicata passione, il progetto, un progetto, d’architettura..o quant’altro. Il progetto, quello spazio intimamente legato al mondo, al vissuto spazio/temporale, alla memoria del ricordo, nel quale si di/mostrano le differenze e si prolungano i segreti di un particolare modo di rivelare. La creazione, del resto un atto divino.

Immerse nello spazio rarefatto e vuoto, custodito dalla luce, una luce vivida che si difende aggrappandosi al bianco candore delle pareti, si presentano una alla volta, come tanti particolari, le opere di Luca Rendina.

Lavori i suoi, risolti attraverso una moltitudine di frammenti rubati alla desolazione della fine; corpi ormai inermi che hanno saputo vivere e servire, sembrano ri/vivere ora, tratti dal rumore e dal passato: un passato che in questo modo si ricongiunge al futuro, un rumore adesso negato se non nel silenzio. E, proprio il silenzio si rende protagonista in questo viaggio, in questa destinazione espositiva che annulla le distanze dal vuoto, non con/forme oceano delle sembianze che permette ad ogni frammento, di ritornare ai relativi ricordi imperfetti, di regolare il continuo e mai interrotto flusso della memoria che prima, lo legava alla storia. L’operare di Luca in effetti, cuce nel silenzio e rinsalda con pacata pazienza le possibilità autorevoli dell’arte, di svelarci infrante verità mai perse.

Come i segni di un progetto sulla tavola, preparano, svelandolo poco alla volta e nelle sue totalità poi, il rapporto tra la nuova creatura ed un contesto mai stanco di accogliere il divenire, finalità delle possibili prospettive, così le probabili zattere di Luca, costruite attraverso la trasfigurazione del tempo, di tempi concreti, fisici e irripetibili, dispongono nello spazio un pro/getto che valica le transitorietà, almeno per quelli che hanno fede nello sguardo che, e per rubare le parole a Walter Benjamin, rimane “l’ultima goccia dell’uomo”.

Zattere dunque, zattere e sentinelle, triliti che mai si disgregano nelle dis/uguaglianze, compongono come i gesti dell’artista un disegno, di spazi, di luoghi, un disegno come quello scarpiano che aiuta a delineare, e ce lo dice ancora Mazzariol, lo “scarto all’apparente oggettività di ciò che osserva, considera, avvicina tattilmente”.

GianMaria Garavaglia